La storia della penisola del Sinai, terra da sempre aspra e inospitale, narra di
migrazioni di interi popoli, passaggi di eserciti in marcia ed esodi di intere etnie attraverso il deserto. Perché il Sinai è il deserto. Addentrandosi in questa terra di passaggio si raggiunge il Monastero di Santa Caterina. La costruzione risale al IV secolo d.C. La leggenda vuole che Maometto abbia accordato ai monaci la propria protezione, questi, come segno di gratitudine, dedicarono al profeta musulmano una moschea all’interno del complesso.
Dal monastero si distende l’ennesima meraviglia del Sinai: il Deserto Blu, un altopiano dove numerosi massi, dipinti di blu, nel contrasto con le tinte ocra del deserto, danno un impatto visivo indimenticabile. Paradossalmente, se un pezzo di storia del Sinai sopravvive grazie alla duratura presenza del Monastero di Santa Caterina, al contrario la pace, il silenzio e la sacralità del deserto sono ormai un lontano ricordo nella località di Sharm el Sheikh: negli ultimi trent’anni, ha visto stravolgere le sue coste.
La regione asiatica dell’Egitto è un triangolo di terra, un luogo arido ma ricco di fascino, dove il vento ha scavato canyon e disegnato maestose montagne per fermarsi poi, nella zona meridionale, soltanto davanti alle coste del Mar Rosso. Il Mar Rosso appunto, una striscia lunga e stretta di blu intenso, dove alla ricchezza dei fondali, si aggiungono i racconti di antiche leggende inghiottite dagli abissi che, nel Golfo di Aqaba, raggiungono i 1400 metri di profondità. È un mondo dalla doppia facciata. La penisola del Sinai è una terra refrattaria alla vita, la terra fertile non abita qui. Le distese di terra rossa, d’altro canto, sono la culla delle tradizioni secolari dei beduini che le abitano, in contrapposizione con la vita moderna, ricca di lusso e agiatezze di Sharm el Sheikh.
Popolo errante
I due governatorati del Sinai, settentrionale e meridionale, contano una popolazione stimata in duecentocinquantamila abitanti. Poche tribù, composte da Beduini, pastori e pescatori che, a seconda della fruibilità dei pozzi, si spostano nel deserto per sfruttare le poche fonti di sostentamento, palme, legumi e bestiame. Donne e bambini compiono lavori molto pesanti, anche se, negli ultimi decenni, la fastidiosa invasione di turisti ha offerto loro nuove possibilità di guadagno. Alcuni si improvvisano accompagnatori turistici, altri offrono tè agli escursionisti affaticati o semplicemente vendono manufatti dell’artigianato locale, come le coloratissime vesti delle donne. Uno stile di vita spartano. I caratteristici tendaggi di stoffa sono stati sostituiti da baracche di lamiera, costruzioni che si discostano dalle antiche tradizioni ma sicuramente risultano più funzionali alla vita del deserto. Il Sinai nasconde paesaggi differenti. Dagli accampamenti, dove nei nuclei familiari si allevano dromedari selvatici e si producono “farashia” (un pane sottile come una piadina, cotto sotto la sabbia o sopra un ferro caldo) e “habac” (un forte tè aromatizzato).
|